Pubblicato il 15 settembre 2015 alle 11:12  0 Commenti

Il Quaderno degli appunti
Laura Baldini intervista Claudia Chiaperotti

In vista del nostro corso torinese del 21 novembre prossimo (‘Interprete: una professione difficile e affascinante) abbiamo intervistato la docente, Claudia Chiaperotti, che ci ha dato anche qualche anticipazione sul lavoro che svolgerà durante il laboratorio.
Buona lettura e grazie mille Claudia per il tempo che ci hai dedicato!

Nell’immaginario collettivo quello dell’interprete risulta essere uno dei lavori più affascinanti: si gira il mondo, si conoscono persone interessanti, si affrontano argomenti sempre diversi e stimolanti. Penso che, in parte, tutto questo corrisponda al vero, ma sono altrettanto certa che non sia l’unica verità. Il lavoro dell’interprete è anche un lavoro molto faticoso, che richiede una preparazione e una competenza eccezionali. In base alla sua esperienza, ritiene che i lati positivi della sua professione riescano a compensare quelli più faticosi?

Decisamente si. E non perché si gira il mondo (si vedono molti aeroporti, stazioni, camere d’albergo e poco più). E gli argomenti, certo, spesso sono interessanti ma a volte ostici, o noiosi. Quello che è stimolante del nostro lavoro è che costringe a continuare a studiare, ad aggiornarsi, a leggere di tutto. Non si smette mai di imparare, di scoprire cose nuove. Per questo occorre essere curiosi ed essere sempre pronti a cogliere e registrare nuove espressioni, accenti diversi, differenti modi di dire.

Quali sono oggi gli interpreti più richiesti? In quale ambito e quali lingue?

È molto difficile dirlo e dipende anche, in una certa misura, dal contesto in cui si è inseriti. A Torino ad esempio non si può (non si poteva, ahimè) prescindere dal settore automobilistico; a Genova, invece, occorre possedere un robusto vocabolario in campo nautico. Il settore scientifico, poi, richiede grande capacità ed esperienza, ma purtroppo sempre più in questo ambito i convegni non prevedono la traduzione.

Quanto alle lingue, mentre qualche tempo fa si pensava che chi aveva come lingue di lavoro quelle più ‘esotiche’ – arabo, cinese, giapponese – avesse ottime prospettive, si vede ora che ad un interprete di conferenza queste sono poco richieste perché chi proviene da quei paesi se deve intervenire ad una conferenza lo fa in una lingua europea, prevalentemente inglese o francese. Naturalmente mi riferisco agli interpreti di conferenza, simultanea e consecutiva. Tutta un’altra storia è la traduzione di trattativa, dove le lingue ‘minori’ possono essere utili.

Da un lato la tecnologia sembrerebbe minacciare, in qualche misura, il lavoro degli interpreti e dei traduttori, da un altro pare certo che apra invece a molte nuove occasioni. Quali sono le nuove opportunità di lavoro e come è cambiata, negli ultimi anni, la sua professione?

Non credo assolutamente che la tecnologia possa essere una minaccia: l’interprete non serve per tradurre “la penna è sul tavolo”, cosa che il traduttore automatico può riuscire a fare. L’interprete non traduce una sequenza di parole ma, appunto, interpreta il pensiero che una persona ha formulato nella sua lingua, con i suoi schemi mentali e i suoi riferimenti culturali e lo restituisce in una forma che sia chiara e fruibile da chi ascolta.

La tecnologia rende anche un grandissimo servizio agli interpreti. In passato la preparazione si faceva andando in biblioteca, sfogliando decine di libri e dizionari, scocciando amici e parenti che potevano avere una conoscenza di un settore particolare. Ora dalla propria scrivania si possono consultare pubblicazioni di tutto il mondo e di tutti gli argomenti immaginabili.

Parlando di nuove opportunità di lavoro credo invece che la tecnologia non sia ancora stata sfruttata affatto, o molto poco e semmai principalmente da parte dei traduttori, non degli interpreti. Penso che sarebbe possibile evitare costosi spostamenti di interpreti se questi potessero lavorare bene da un luogo ben attrezzato vicino a casa. Anziché affidare il lavoro di interpretazione a persone poco qualificate per spendere meno, questa potrebbe essere una soluzione che garantisce la qualità di un lavoro professionale e una consistente riduzione dei costi. (Ma forse proprio gli interpreti non accoglierebbero volentieri un simile sviluppo!). E questa è solo una possibilità, ma credo che potrebbero essercene altre.

Nell’ambito del suo lavoro avrà sicuramente incontrato tantissime persone interessanti. Ce n’è qualcuna a cui è legato un ricordo particolare?

È vero, ho avuto modo di conoscere persone interessanti e famose (ma anche tante noiose, presuntuose, vuote, maleducate!), da Kissinger, a Frank Sinatra, a Robert Gallo, al dr. Spock. Ricordo però con particolare emozione Albert Sabin, che con grande umiltà mi raccontò del suo vaccino antipolio e di come aveva salvato tanti bambini nel mondo. Mi ha anche colpito molto la forte personalità e l’acuta intelligenza di Vandana Shiva (chiacchierando prima di una conferenza ho scoperto che abbiamo un anello d’argento identico!)

Penso che essere interprete non si limiti a tradurre pedissequamente le parole di chi si ha di fronte; credo che sia fondamentale comprendere a fondo sfumature, tonalità, esitazioni, talvolta sguardi. Insomma penso che siano necessarie anche altre capacità: oltre all’ascoltare anche il saper cogliere. Non a caso lei è anche una bravissima fotografa. C’è un collegamento tra il suo lavoro e la sua passione per la fotografia?

La ringrazio per il complimento. Io di fotografia capisco poco ma amo studiare l’inquadratura migliore di qualcosa che mi incuriosisce, mi affascina, mi stupisce. Eccolo il collegamento con il mio lavoro. L’ho scelto e lo faccio con passione anche perché continua ad alimentare la mia voglia di sapere, di vedere, di scoprire, di comunicare. E sono convinta che questa professione si può fare bene solo se piace e appassiona; non si può fare come un lavoro impiegatizio che uno aspetta solo che venga venerdì per staccare.

Secondo me alla base ci deve essere una profonda conoscenza di almeno due lingue, che deve scaturire non solo dallostudio ma dall’esperienza personale che dà quella competenza interculturale che è indispensabile per percepire le sfumature, i toni, i differenti registri linguistici e gli aspetti non verbali che sono parte integrante dell’espressione del pensiero umano e della comunicazione. Poi non bisogna dimenticare che si deve amare lo studio, essere curiosi ed avere uno spirito indipendente; anche allegro non guasta!